Terremoto in Abruzzo, il lutto d'Italia

Il mostro si è svegliato e, ancora una volta, risalendo dalle viscere della terra, ha preteso il suo tributo, quasi come un dio perverso che ciclicamente abbia bisogno di saziare la sua collera pascendosi di vittime innocenti. Il terremoto dell’Aquila e dei paesini che la circondano, per gli abitanti dello Stretto, giusto all’indomani della commemorazione della tragedia del 1908, è come una campana che spande lugubri rintocchi, ma anche severi ammonimenti.
Forse in pochi luoghi come sulle sponde di questo braccio di mare, che hanno visto passare la storia, il senso stesso di “catastrofe” ha marchiato indelebilmente le carni dei suoi abitanti, fino a far diventare il “terremoto” un convitato di pietra della quotidianità. Generazioni di messinesi e di reggini hanno elaborato nei secoli una filosofia della sofferenza e della rassegnazione che è riuscita a trasmutarsi in coraggio.
E se la memoria può aiutarci a costruire un futuro migliore, la solidarietà, il non essere lasciati “soli”, è l’unica medicina capace di ridare, a chi è stato abbattuto da un destino avverso, la forza di rialzarsi. Ecco, gli abitanti dello Stretto, al di là di quelli che potranno essere gli aiuti materiali, possono offrire ai fratelli abruzzesi il senso di un dolore condiviso e di una speranza che non deve mai abbandonarci. Perché, anche in questo nostro angolo di Paradiso, assegnatoci in sorte dalla Provvidenza, Dio è morto. Per poi risorgere tutti i giorni.
Piero Orteca